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Libri

Libri (217)

Giovedì, 01 Agosto 2013 16:31

Il taccuino segreto di Cartesio

TRAMA:
Cartesio nacque il 31 marzo del 1596. Studiò presso il collegio dei gesuiti a La Fléche e, a causa della sua gracilità, il padre chiese una cura particolare per lui: gli venne quindi concesso di dormire fino a tardi e questo gli permise di sviluppare un metodo di studio autonomo. Nel 1618 si recò in guerra come volontario con Maurizio di Nassau: non pagato, poté però godere di grande libertà e studiare liberamente la scienza.
La mattina del 10 novembre del 1618, Cartesio si trovava a Breda quando, sul tronco di un albero nella piazza principale della città, venne affisso un manifesto. Un olandese spiegò a Cartesio il quesito e questi giunse alla soluzione: la risoluzione dell’enigma olandese riempì Cartesio di entusiasmo per la matematica. Gli aveva rivelato di avere un dono speciale. Cominciò a credere che la matematica racchiudesse il segreto che dà accesso alla comprensione dell’universo. La maggior parte delle mattine al campo rimaneva a letto a scrivere e a leggere di matematica e a esplorarne le applicazioni
Accampato sulle sponde del Danubio, con l’esercito di Massimiliano duca di Baviera, nella notte tra il 10 e l’11 novembre 1619, Cartesio trovò i fondamenti di una mirabile scienza, come scrive nell’opera Olympica, a seguito di tre sogni, che interpretò come l’indicazione che la sua missione nella vita sarebbe stata l’unificazione delle scienze. L’opera di Cartesio avrebbe fatto luce su tutta la matematica, restituendo la sapienza dell’antica Grecia al nostro mondo moderno e avrebbe preparato il terreno per lo sviluppo della matematica fino al XXI secolo.
Nel 1620, Cartesio lasciò l’esercito e all’inizio del 1623 tornò a Parigi dove studiò geometria in solitudine e trascrisse le sue deduzioni in un taccuino, in un linguaggio criptico per evitare che qualcuno potesse trarre la conclusione che era un affiliato dei Rosacroce, una setta che studiava la scienza in segreto per evitare le persecuzioni dell’Inquisizione: se fosse stato identificato come tale, la sua carriera scientifica e forse la sua sicurezza avrebbero potuto essere in pericolo.
Alla fine del 1628, Cartesio si trasferì in Olanda: nel Discorso sul Metodo, dichiarò che si era trasferito in Olanda perché desiderava allontanarsi dai luoghi in cui aveva delle conoscenze e vivere in un paese in cui una popolazione attiva e prospera godeva i frutti della pace. Inoltre in Olanda le leggi che regolavano la stampa delle opere erano più liberali e probabilmente anche questo ebbe il proprio peso nella decisione di Cartesio. Per vent’anni continuò a vagare per il paese, mantenendo contatti epistolari con gli intellettuali d’Europa e con l’amico Mersenne, attraverso il quale filtrava tutta la corrispondenza. 
Nel 1629 Cartesio cominciò a scrivere un’opera sulla fisica e la metafisica, che doveva essere un tentativo di riconciliare la scienza con la fede religiosa, ma la notizia del processo di Galilei lo convinse a non pubblicare le proprie considerazioni, che videro la luce solo quattordici anni dopo la sua morte. 
Durante la sua permanenza ad Amsterdam, ebbe una storia con la sua domestica Hélena Jans, dalla quale ebbe una figlia il 19 luglio del 1635, Francine, che morì di scarlattina nel settembre del 1640: per Cartesio fu una grossa sofferenza. 
Cartesio pubblicò a Leida, nel 1637, in forma anonima il Discorso sul metodo per ben condurre la propria ragione e ricercare la verità nelle scienze. Più la Diottrica, le Meteore e la Geometria che sono saggi di questo metodo. Il libro venne pubblicato in francese, per consentirne una maggiore diffusione, ma in Francia non venne mai pubblicato. La filosofia di Cartesio, che era esposta nel Discorso (oltre che nelle sue opere successive), costituì la base del razionalismo seicentesco, una filosofia che pone l’accento sulla ragione e l’intelletto piuttosto che sul sentimento e l’immaginazione
Cartesio rompe deliberatamente con il passato, ed è deciso a iniziare da capo la ricerca della verità, senza mai fidarsi dell’autorità di qualsiasi filosofia precedente. […] Il suo trattato fu un grande successo editoriale in tutta Europa, ma le polemiche suscitate da quest’opera lo indussero ad allontanarsi ancora di più dalla gente e a interagire con il mondo esterno quasi esclusivamente per lettera.
Cominciò a lavorare alla scoperta che l’ha reso più famoso, il piano cartesiano, e dimostrò che era possibile risolvere con riga e compasso la costruzione della radice quadrata di un numero ma non quella della radice cubica, risolvendo il problema di Delo.
Venne contattato dalla principessa Elisabetta di Boemia, che viveva anch’essa in esilio in Olanda: aveva letto il Discorso e voleva approfondirne la filosofia. Si conobbero nel 1642 e la principessa divenne un’impegnata studiosa della filosofia di Cartesio. Si scambiarono numerose lettere, molto affettuose, tanto che un biografo ipotizzò una relazione intima tra i due. 
Sfinito dalla querelle di Utrecht, durante la quale venne accusato di diffamazione ai danni di Voetius e di ateismo si recò a Parigi, dove conobbe Claude Clerselier, consigliere del Parlamento e appassionato della sua filosofia. Questi gli fece conoscere Pierre Chanut, suo cognato, che divenne presto diplomatico di Francia in Svezia, da dove fece da tramite tra Cartesio e la regina Cristina: Chanut intendeva servirsi della cultura per cementare l’alleanza tra la Francia e la Svezia, e Cartesio rientrava a meraviglia in questo piano.
Cartesio accettò con riluttanza l’invito della regina a recarsi in Svezia per insegnarle la sua filosofia e partì nel 1649. La regina si mostrò una studentessa perfetta, ma voleva ricevere le lezioni di Cartesio dalle cinque del mattino. Cinque mesi dopo l’arrivo a Stoccolma, Cartesio si ammalò e gli venne diagnosticata una polmonite. Per i primi due giorni, Cartesio rifiutò di consultare un medico, ma poi dovette cedere alle insistenze della regina, che gli inviò il suo “secondo dottore”, nemico acerrimo del filosofo. Al terzo giorno, sentendosi meglio, Cartesio chiese che gli venisse preparata una bevanda alcolica con del tabacco: la bevanda gli venne preparata dal medico e, stranamente, Cartesio subì un peggioramento nelle sue condizioni di salute. Morì qualche giorno dopo, l’11 febbraio del 1650.
Chanut, senza consultarsi con nessuno, decise di mandare tutti gli scritti di Cartesio al cognato Clerselier a Parigi, che ne mantenne il possesso fino alla propria morte, avvenuta nel 1684. In seguito scomparvero. 
Nel corso dei suoi studi, Leibniz si appassionò alla filosofia di Cartesio e voleva leggerne tutti gli scritti, per questo si rivolse a Clerselier, nel giugno del 1676. Leibniz aveva gli strumenti per decifrare il linguaggio che Cartesio aveva usato nel suo taccuino, intitolato De solidorum elementis, nel quale il filosofo parlava dei solidi platonici. Leibniz non copiò interamente il taccuino, ma si limitò ad aggiungere alcune note a margine, che solo nel 1987 verranno decifrate da Pierre Costabel. Cartesio aveva analizzato i misteriosi solidi di Platone e tra questi oggetti geometrici tridimensionali aveva scoperto la regola che governa la loro struttura. Era il Santo Graal della matematica greca, qualcosa che i greci avevano agognato di possedere. Ma Cartesio non aveva rivelato a nessuno la sua scoperta. La formula non gli fu quindi mai attribuita e venne in seguito indicata come Formula di Eulero
Gli sforzi di Cartesio per tenere nascoste le sue scoperte furono inutili, visto che le sue opere vennero messe all’Indice nel 1663 e furono ristampate solo nel 1824.
 
COMMENTO:
Interessante e originale biografia di Cartesio, costruita a partire da un taccuino mai ritrovato che lascia aperto un enigma: Cartesio appartenne realmente alla setta dei Rosacroce? Ed inoltre: il taccuino può dimostrare questa appartenenza? 
Leggendo questo libro, non potremo avere una risposta a queste domande, ma potremo essere maggiormente consapevoli della grandezza del genio di Cartesio, che ha saputo anticipare la formula di Eulero.
Giovedì, 01 Agosto 2013 16:30

La serie di Oxford

TRAMA:
Nel 1993, uno studente ventiduenne neolaureato di Buenos Aires, a Oxford con una borsa di studio per un soggiorno di un anno, diventa l’inconsapevole spettatore di una serie di delitti che sconvolgono la tranquilla cittadina. Lo studente ha affittato una camera con bagno da Mrs Eagleton e il primo mercoledì di maggio, giorno in cui dovrebbe pagare l’affitto, si trova in attesa alla porta della signora con Arthur Seldom, uno dei più grandi logici del mondo, che ha scritto anche un’opera divulgativa sulle serie logiche. Seldom ha uno strano presentimento e decide di entrare, nonostante pare che Mrs Eagleton non sia in casa: la trovano morta, soffocata con un cuscino che le è stato premuto sulla faccia. Immediatamente giunge l’ispettore Petersen che comincia a indagare sull’omicidio: Seldom dichiara di aver ricevuto un biglietto nel quale si annunciava la morte della donna, con la scritta “il primo della serie”. Purtroppo del biglietto non c’è più alcuna traccia. L’ispettore sospetta inizialmente di Beth, la nipote di Mrs Eagleton, ma un nuovo omicidio, anche questa volta preannunciato da un biglietto a Seldom, lo costringe a ricredersi, anche se si tratta di un “delitto che in principio nessuno ha visto come un delitto”. Durante un concerto, Seldom e il giovane studente sono tra il pubblico: vedono morire sulla scena l’anziano suonatore di triangolo, la terza vittima di questa serie. E, anche in questo caso, l’assassino si assume la responsabilità dell’evento, aggiungendo un ulteriore elemento alla serie logica cominciata con Mrs Eagleton. In ogni biglietto, infatti, compare un simbolo e Seldom è riuscito a prevedere quale sarà il seguito. Per fermare in qualche modo questa serie di omicidi, l’ispettore decide di pubblicare sull’Oxford Times la notizia della terza morte, con il disegno del terzo simbolo e un’intervista in cui vengono rivelati anche i primi due. Nel frattempo, il mondo matematico è in subbuglio: Andrew Wiles ha annunciato che dimostrerà, dopo un lavoro durato sette anni, l’ultimo teorema di Fermat.
 
COMMENTO:
L’utilizzo della matematica in questo libro è sopraffino: la matematica permea tutta la vicenda, ne è la protagonista, insieme alla ricerca della verità. Verità che viene analizzata, indagata, studiata, nelle sue diverse sfaccettature: la verità della giustizia, la verità della matematica, la verità della logica. In tutto questo il teorema di Godel fa da sfondo e la dimostrazione dell’ultimo teorema di Fermat a opera di Wiles fa capolino nella vicenda.
Giovedì, 01 Agosto 2013 16:29

Delitti pitagorici

TRAMA:
Parigi. Mercoledì 8 agosto 1900. Auditorium della Sorbona. Hilbert sta per cominciare la sua prolusione: “Sui futuri problemi dei matematici”, durante il Congresso Internazionale dei Matematici. Qui si incontrano due giovani matematici greci, Stèfanos e Mihaìl: Mihaìl proviene da una famiglia aristocratica molto in vista e sta studiando a Gottinga per acquisire le conoscenze tecniche ed economiche indispensabili a rilevare un giorno l’azienza di famiglia. Stèfanos studia a Parigi dal 1897, anno in cui si è chiusa la guerra dei Trenta Giorni, durante la quale ha avuto modo di distinguersi per un atto di eroismo, che gli ha fatto ottenere il finanziamento dei suoi studi. Osservano i grandi matematici convenuti a Parigi: Sul volgere del secolo, i più noti studiosi del mondo erano riuniti in un’aula e seguivano un collega che commentava il lavoro e i metodi degli altri e delineava la rotta e le prospettive della scienza nella nuova epoca. Era splendido assistere dal vivo alle reazioni dei diretti interessati e indovinare sui loro volti il consenso, la sospensione del giudizio, il disaccordo. Al termine delle conferenze, i due giovani trascorrono piacevoli serate insieme, durante le quali parlano di se stessi e della matematica. Mihaìl mostra interesse per la geometria, Stèfanos si occupa di teoria dei numeri, ma il secondo problema di Hilbert ha catturato la sua attenzione e pensa a un meccanismo a priori che possa controllare una teoria senza passarla al vaglio della pratica. Mihaìl non è d’accordo: “Anche se un giorno avessi la sventura di scoprire un simile meccanismo diabolico, lo terrei nascosto al mondo intero, per non dire che mi taglierei la lingua e le mani nel timore che mi tradissero, e involontariamente lo scrivessero o lo dicessero a qualcuno.” Nonostante questa divergenza, durante la quale entrambi sostengono con energia il proprio punto di vista, Mihaìl si rende conto di come stia diventando profonda la loro amicizia: “Da quel momento in poi presi a considerare la conversazione con Stèfanos Kandartzìs uno dei più grandi piaceri della vita.” Durante le loro serate, Stèfanos e Mihaìl incontrano tre giovani pittori, da poco arrivati dalla Spagna, tra cui Picasso, che mostra un grande interesse per il mondo della matematica: “Un amico sostiene che la geometria se la fa con gli artisti come la grammatica con gli scrittori”. Dopo il Congresso, i due amici si salutano, convinti di incontrarsi di nuovo presto: invece dovranno aspettare dieci anni, perché Mihaìl, dopo la morte del padre, deve tornare ad Atene per occuparsi dell’azienda familiare. La nonna insiste perché lui si sposi con Anna Delapòrta, ma Mihaìl resiste alle pressioni fino al 1906. Alla fine del 1909, Anna se ne va, assumendosi le responsabilità del divorzio. Mihaìl ritrova la propria passione per la matematica e nel marzo del 1910, durante una conferenza del professor Nikòlas Hatzidàkis all’Università di Atene, ritrova Stèfanos, che da qualche mese insegna in un ginnasio maschile della Plàka. Stèfanos non si è ancora arreso al secondo problema di Hilbert. Mihaìl ne è infastidito: “Il teorema della completezza e della non contraddittorietà con cui mi minacciava entrava in diretta antitesi con la mia percezione estetica della matematica”. Stèfanos e Mihaìl si incontrano ogni giovedì: due mondi completamente diversi che si incontrano ogni settimana, per discutere di matematica. Una sera il vecommissario Andonìou comunica a Mihaìl che Stèfanos è stato trovato morto nella sua casa di Neàpoli…
 
COMMENTO:
Denso di matematica, spiegata con semplicità e coerenza, questo libro ha una trama avvincente e un finale sorprendente, anche se, come in ogni giallo, la chiave della soluzione è presente fin dall’inizio. Mihaìl racconta in prima persona la storia della sua amicizia con Stèfanos, con lo sfondo della matematica che nei primi decenni del Novecento è protagonista di grandi cambiamenti. Il romanzo coinvolge, invita a cercare una soluzione all’assassinio di Stèfanos, ma al tempo stesso guida il lettore alla scoperta della matematica, indagata anche dai giovani artisti che popolano Montmartre.
Giovedì, 01 Agosto 2013 16:28

Il diavoletto di Maxwell

TRAMA:
Dalla prefazione di Franco Selleri: «Gli autori di questo volume ci propongono cento interessanti immersioni sotto la superficie delle cose per comprendere i meccanismi dei processi naturali e per vedere in opera le leggi della fisica, dal principio di Archimede alla relatività. È davvero ammirevole la semplicità con cui questi problemi vengono presentati e risolti, semplicità che non va mai a detrimento della correttezza scientifica. […] Non è un caso […] che gli autori di questo volume siano due protagonisti, internazionalmente noti, della tendenza verso nuovi e diversi fondamenti della fisica moderna. Ben difficilmente fisici di impegno diverso avrebbero potuto superare la loro “naturale” repulsione verso la divulgazione scientifica e sentire l’esigenza galileiana di parlare direttamente a tutti quelli che la scienza non la praticano come professione, ma la sentono come curiosità e come esigenza culturale. Il libro di Ghose e Home […] porta alla comprensione generale i meccanismi nascosti di cento eventi comuni della vita di ogni giorno. È divertente incontrare scienziati famosi alle prese con problemi che sono solo apparentemente banali: Einstein che si preoccupa del movimento delle foglioline nella tazza di tè, Fermi che si chiede come sia possibile usare una padella per friggere i cibi, Raman che si interroga sull’origine dello stupendo colore blu del Mediterraneo, Maxwell che propone ironicamente la presenza di un diavoletto per rovesciare il corso del tempo, e tanti altri ancora. Ed è molto istruttivo capire come si applicano le leggi della scienza, sia quelle antiche come il principio di Archimede, scoperto a Siracusa più di duemila anni fa, che quelle moderne come il principio di relatività, scoperto da Galileo e generalizzato da Einstein all’inizio del ventesimo secolo. Ogni idea è illustrata e, direi quasi, riscoperta, sulla base di situazioni che ciascuno di noi può trovarsi a vivere: ad esempio la fisica dei fluidi ed il celebre principio di Bernoulli sono introdotti dopo averci fatto riflettere su come degli anelli di fumo si allarghino avvicinandosi ad una parete; il principio di conservazione dell’energia si ritrova nel gioco del biliardo e nel volo degli uccelli; le leggi dell’ottica sono presentate sulla base del rispecchiamento degli oggetti sull’acqua o della sparizione di uno spillo in una tazza; l’interazione luce/materia è compresa nei suoi aspetti essenziali a partire dall’osservazione del colore blu del cielo e del colore rosso del sole al tramonto; la termodinamica è introdotta grazie alla possibilità di far bollire un uovo in una pentola di carta e di usare l’acqua per spegnere un incendio; e così via. Questo volumetto […] dimostra nel modo più evidente che non è sempre necessario montare costose apparecchiature di laboratorio per far constatare ai ragazzi la concretezza e la ripetibilità degli elementi su cui poggia la conoscenza scientifica. Al contrario, talvolta bastano semplicissimi esperimenti a costo zero per poter verificare di persona come funzionano certi processi naturali. In altri casi ancora più favorevoli non occorre neanche muovere un dito: basta osservare intelligentemente quei fenomeni che la natura ci mostra spontaneamente. Anche qui non è un caso, naturalmente, che gli autori siano due esponenti della fisica indiana, riconosciuta come di gran lunga la più valida al di fuori dell’Europa e del Nordamerica, ma condizionata dai limitati finanziamenti destinati alle apparecchiature scolastiche.»
Gli autori poi ci spiegano che «Il materiale di questo volume è tratto da una rubrica periodica da noi curata per la rivista “Science Today”. […] Il libro è organizzato in 8 capitoli che non rispecchiano la suddivisione convenzionale della fisica in calore, luce, suono, ecc., ma sono ordinati in funzione dei luoghi e degli eventi che hanno suscitato la nostra curiosità: la cucina, la natura, lo sport, la vista di un film, la vita quotidiana. Riteniamo che questa classificazione sia più interessante e più naturale. L’ultimo capitolo contiene problemi da noi non ancora risolti, o le cui soluzioni non sono così immediate.»
 
COMMENTO:
Il libro è vivamente consigliato a TUTTI.