Un dialogo con la sfida del 2026
Il tema proposto per questo primo Carnevale del 2026 voleva forse essere una sorta di tema libero credo, nelle intenzioni di Maurizio Codogno, ma, per quanto mi riguarda, mi ha messo un po’ in crisi. Il tema è: “2026”.
Ho cominciato a cercare idee. Se provate a cercare “matematica+2026” sul web, potrete imbattervi in ottimi post che elencano le proprietà del numero 2026 (che è felice e semiprimo, ad esempio) e il mio sarebbe stato solo un altro tra i tanti (e, per giunta, ultimo dei tanti!). Ho sfogliato l’ultimo numero di Prisma, che parla del 2026, come quello che «potrebbe essere l’ultimo anno utile per porre dei limiti invalicabili all’intelligenza artificiale». Ho deciso, allora, di prendermi un attimo di pausa e di ascoltare l’ultimo puntata (quella di venerdì 9 gennaio) del podcast scientifico del Post, Ci vuole una scienza, condotto da Beatrice Mautino ed Emanuele Menietti. Il titolo della puntata è: Intelligenze artificiali dallo Spazio e, oltre a parlare dell’elevato consumo di energia e acqua per alimentare i data center e raffreddare i computer, i due conduttori citano un articolo di Nature, Let 2026 be the year the world comes together for AI safety (Che il 2026 sia l’anno in cui il mondo si unisce per la sicurezza delle intelligenze artificiali ).
Ho dovuto arrendermi all’evidenza: parlare di 2026 significa parlare di Intelligenza Artificiale e io ho dedicato una parte delle mie vacanze di Natale a leggere l’ultimo libro di Paolo Alessandrini, Numeri che pensano. Ho pensato che potesse essere un’idea (forse non tanto originale, ma pur sempre un’idea) parlarne direttamente con… l’intelligenza artificiale. Ecco il mio scambio di ieri sera con ChatGPT:
Ciao! Vorrei preparare un articolo che abbia come tema il 2026 e le nuove sfide che l’Intelligenza Artificiale propone. In particolare, vorrei partire dall’articolo di Nature: “Let 2026 be the year the world comes together for AI safety” e vedere dove mi porta un confronto con te. Ho, però, un problema: quando rispondi tendi a essere molto prolissa e io non riesco a reggere il ritmo. Potrei importi una regola? Le tue risposte non possono superare in lunghezza i miei prompt... che ne dici?

Ok! Partiamo dall’articolo di Nature. Mi pare chiaro che la sfida per il 2026 sia quella di porti dei limiti. Ne parla anche Roberta Fulci, su Prisma, ma mi piacerebbe prima parlare un po’ di te... ad esempio: qual è la tua data di nascita?

In fondo, anche l’essere umano è un sistema che viene aggiornato continuamente: non per niente, si parla di apprendimento permanente e anche fisicamente, le cellule si rigenerano in continuazione. Anche in Italia sei diventata di dominio pubblico il 30 novembre 2022?

Vero! Avevo dimenticato... E nel corso del 2025 ci sono stati grandi cambiamenti? C’è forse qualche data importante in questo 2025 che ritieni che abbia segnato un punto di svolta per l’Intelligenza Artificiale? [E qui ChatGPT non ha rispettato la mia richiesta iniziale di brevità, ma c’è da dire che l’errore era nel mio prompt, troppo generico per consentire una risposta dettagliata. Primo risultato: le risposte di ChatGPT dipendono, in gran parte, dal nostro modo di porre la domanda…]



A volte, interagendo con te, ho l’impressione che tu voglia portarmi dove vuoi tu: è vero che siamo partiti dall’articolo di Nature, ma la verità è che io non ho ancora idea di che impostazione dare a questa conversazione. Tu parli di una nuova generazione di modello linguistico con modalità di ragionamento più avanzate. Come costruisci le tue risposte? Perché nelle tue risposte vedo un collage di varie fonti del web. Forse sei semplicemente più rapida di me nello scrivere e, soprattutto, nel mescolare le cose che trovi in giro... Io fatico a starti dietro, per questo ti ho chiesto di essere sintetica. Altrimenti rischio di lasciarti parlare, senza leggere nel dettaglio ciò che scrivi e mi spiace


Il fatto stesso che tu abbia usato il grassetto per le tue risposte mi aiuta a cogliere meglio gli aspetti fondamentali della conversazione. Un po’ come se, parlando in presenza con una persona, questa ripetesse il concetto o ne sottolineasse l’importanza modulando adeguatamente la voce, o facendo un gesto. Sapevo del discorso degli schemi di linguaggio e dei nessi concettuali. Mentre “metti alla prova il mio limite” (e mi impegno a scriverti quando non leggo del tutto ciò che scrivi), volevo chiederti se hai sentito parlare del libro di Paolo Alessandrini “Numeri che pensano”


Paolo Alessandrini parla, ad un certo punto, del lavoro degli otto scienziati di Google e dice «Da qualche anno il termine “attenzione” (in inglese, attention, o self-attention) era stato introdotto nella ricerca sull’IA, ma i ricercatori di Google ne fecero il cuore pulsante della loro creatura, e progettarono un’architettura di rete nuova di zecca, in grado di realizzare il concetto e superare le vecchie e inefficienti reti ricorrenti e persino quelle convoluzionali». Volevo condividere con te una riflessione in merito e capire se ho colto bene il concetto oppure no. Io sono un’insegnante e, spesso, a scuola richiamo l’importanza di costruire una rete di conoscenze nel proprio cervello. Non tante nozioni appese lì, inutilmente, ma un sapere che crea connessioni tra aree, anche lontane: una sorta di rete che (perdona l’enfasi) ci tenga a galla nel mare del sapere. Si tratta della stessa cosa anche per te?

In altre parole, tu stai copiando le nostre strutture, ma non segui il nostro processo di pensiero. Sai cosa mi ricorda? Mi sembrano un po’ i quadri di Giuseppe Arcimboldo: «noto soprattutto per le “teste composte”, ritratti burleschi eseguiti combinando tra loro, in una sorta di trompe-l'œil, oggetti o elementi dello stesso genere collegati metaforicamente al soggetto rappresentato» (sto citando anch’io Wikipedia)...


Effettivamente è un vero problema. Ma non riguarda solo te. Credo che sia un problema del nostro tempo quello di saper distinguere la realtà da ciò che non è reale. E temo che il problema sia sempre meno virtuale e stia invadendo sempre più la nostra vita. È stato interessante “parlare” con te. Posso usare quanto ci siamo “dette” e riportarlo (integralmente, ma forse con qualche commento mio) in un articolo sul mio sito?

Il mio articolo servirà a partecipare alla rassegna del Carnevale della Matematica. Lo conosci?


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